Il whiskey irlandese tra storia, leggenda e nuovi brand.

Whiskey e whisky: la differenza nel nome

Prima fondamentale nota riguarda il nome: il whisky d’Irlanda si chiama whiskey, con la “e”. Che deriva da una diversa traslitterazione della parola gaelica Uisce Beatha, che nella versione gaelico-irlandese è Uisce e in gaelico-scozzese Uisge, ma che in entrambi i casi potremmo tradurre come “acqua viva” o “acqua della vita”. I nuovi paesi produttori hanno per la maggior parte adottato la dizione scozzese, a eccezione degli Stati Uniti, dove moltissimi distillatori sono originari dell’Irlanda e hanno mantenuto la dizione con la “e”.

 

Il whiskey e la storia della distillazione in Irlanda

Nonostante la distanza geografica che separa l’Irlanda dai luoghi di nascita degli alambicchi (i paesi arabi del Mediterraneo), le ricerche paiono indicare il whiskey irlandese come una delle prime bevande distillate sviluppatasi in Europa, intorno al XII sec. Si ritiene infatti che i monaci irlandesi acquisirono le tecniche di distillazione nei loro viaggi nel Mediterraneo. La leggenda vuole che fu San Patrizio stesso (nato con il nome di Maewyin Succat) a portare dall’Egitto uno strano macchinario usato fino ad allora per distillare i profumi e che gli irlandesi lo convertirono rapidamente alla distillazione a base di orzo e acqua, ma le date di nascita e morte del Santo (Britannia romana, 385 – Saul, 17 marzo 461) non rendono attendibile la notizia.

 

Comunque sia, i primi distillati dell’isola probabilmente erano molto diversi da quelli attuali: non avevano nessun tipo d’invecchiamento ed erano aromatizzati con erbe e spezie. Sono solo supposizioni: esistono solo rare documentazioni scritte poiché le tecniche di produzione erano tramandate per via orale. Per trovare le prime testimonianze scritte dobbiamo rifarci a un documento irlandese del 1405 riguardante l’acqua vitae, testo che acquisisce maggior valore se pensiamo che per il primo cimelio analogo dei concorrenti e vicini scozzesi dobbiamo aspettare il 1494. È comunque difficile assegnare la reale paternità del whisky tra i due paesi, proprio per la mancanza di documenti scritti e per la difficile archiviazione attraverso i secoli.

Sappiamo però con certezza che nel 1556 il whiskey era una bevanda molto – troppo – diffusa, visto che il Parlamento inglese dovette emanare una legge che ne limitava la produzione in Irlanda per evitarne l’abuso. Nel 1608 il Re Giacomo I concesse una licenza per la produzione di whiskey a Sir Thomas Phillips, proprietario terriero a Bushmills, nella conta di Antrim, mentre nel 1661 la Corona introdusse una tassa sulla sua produzione, la quale per un secolo fu a registrazione volontaria. Come spesso capita in questi casi portò semplicemente a un fiorire di prodotti illegali: da qui il distinguo tra i cosiddetti “whiskey del Parlamento” ovvero quelli legali, e gli altri, chiamati “Poitin”.

 

Fortuna e declino del whiskey irlandese

All’inizio del 1800 l’Irlanda era il più grande mercato di alcolici del Regno Unito, nel 1823 Dublino aveva le cinque distillerie più grandi del paese, con una produzione complessiva di quasi 10 milioni di galloni all’anno, e gli abitanti dell’Isola di Smeraldo si vantavano nel 1880 di vendere 5 volte quello che vendevano i cugini scozzesi (dati sicuramente gonfiati, ma comunque interessanti).

 

Il successo cominciò a decrescere con l’inizio del nuovo secolo: la Guerra d’Indipendenza irlandese iniziata alla fine degli anni 10 del ‘900 e la successiva guerra civile, uniti al proibizionismo negli Stati Uniti, limitarono di non poco il mercato. All’inizio del XX secolo la Scozia aveva largamente superato l’Irlanda in termini produttivi. Il crollo portò negli anni ‘60 a una moria di distillerie, così le poche rimaste, le più grandi, decisero di coalizzarsi, e tre di queste (John Jameson, Powers e Cork Distilleries Company), si riunirono sotto il nome di Irish Distillers, spostando le produzioni in una struttura costruita appositamente accanto alla Old Midleton Distillery nella contea di Cork. Nel 1972 si aggiunse a loro l’unica altra attività rimasta, la Bushmills, così che negli anni ’70 c’erano solo 2 distillerie, La New Midleton Distillery e la Old Bushmills Distillery, entrambe di proprietà della Irish Distillers.

 

 

 

La rinascita del whiskey: il caso di Teeling

Se dovessimo individuare la scintilla che ha dato il via alla rinascita del distillato in Irlanda, sicuramente potremmo trovarla in Teeling, una famiglia dedita alla distillazione fin dal 1782 costretta alla chiusura nella crisi economica; nome tornato alla ribalta in tempi recenti. L’attuale nuova azienda si trova nel Golden Triangle di Dublino, lo storico quartiere di distillazione, ed è aperta ufficialmente dal 2015. Si tratta a tutti gli effetti della prima nuova distilleria a Dublino da 125 anni. Il magazzino d’invecchiamento si trova fuori dalla città per via di una legge tuttora in vigore, emanata a seguito del devastante incendio del 1857, partito da un magazzino e una malt house e propagatosi in metà della capitale. Le release della distilleria sono molteplici, ed è chiaro l’intento di rilanciare l’immagine dell’Irish whiskey sperimentando con invecchiamenti diversi. Esemplari sono il Teeling Single Grain (uno dei rari casi di Single Grain Irlandesi, composto per più del 95% di mais, distillato in alambicchi a colonna, e invecchiato in botti di California Cabernet Sauvignon dalla Napa Valley) e il Teeling Single Malt (imbottigliamento limitato di whiskey di malto d’orzo con passaggio per 5 differenti botti: Cabernet Sauvignon, Borgogna Bianco, Porto, Sherry e Madeira). La fama della distilleria si è diffusa quando il Vintage Reserve 24 Yo Single Malt ha vinto alla World whiskies Awards 2019 il titolo di miglior Single Malt al mondo, superando i sempre temibili scozzesi. C’è anche un pizzico d’italianità in questa storia di successo, visto che i nuovi alambicchi di Teeling provengono da Frilli, azienda storica di Monteriggioni.

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